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Paese

Dati Generali
Il paese di Tresnuraghes
Tresnuraghes è un Comune della provincia di Oristano. È situato a 257 metri sul livello del mare. Conta 1262 abitanti. Fa parte della XIV Comunità Montana “Montiferru?. Secondo la tradizione, il paese fu fondato dopo il 1226 per opera di abitanti superstiti dell´antica Magomadas, distrutta dalle incursioni barbaresche. Il nuovo abitato avrebbe poi preso il nome di Tresnuraghes per la presenza in loco di tre nuraghi.
Il territorio di Tresnuraghes
Altitudine: 0/312 m
Superficie: 31,55 Kmq
Popolazione: 129
Maschi: 606 - Femmine: 690
Numero di famiglie: 6549
Densità di abitanti: 41,08 per Kmq
Farmacia: via Roma, 94 - tel. 0785 35572
Guardia medica: (Cuglieri) - tel. 0785 39121
Carabinieri: via G.M. Poddighe, 11 - tel. 0785 35022
Polizia municipale: largo S. Moretti, 30 - tel. 0785 314021

Storia

TRES-NURAGHES [Tresnuraghes], villaggio della Sardegna nella provincia di Cuglieri, capoluogo di mandamento, compreso nella giurisdizione del tribunale di prima cognizione di Oristano, e parimente capoluogo dell’antica curatoria detta Planargia, che era un dipartimento del regno torritano.

La sua denominazione è da tre di quelle antichissime costruzioni, che sono dette dai sardi nuraghes, uno dei quali è all’orlo dell’abitato, il quale è in gran parte disfatto; il secondo vedesi a pochi passi dal paese verso ponente, ed è detto su nuraghe de Tirrùla, parimente in gran parte distrutto; il terzo resta al meriggio a circa 600 metri di distanza, ed è nominato nuraghe de porcos, da che vi si tenea porcile.

La sua situazione geografica è nella latitudine 40° 15' 10" e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 35' 50".

Siede nella estrema parte occidentale dell’altipiano della Planargia in distanza dalla costa, o sponda, di 3 chilometri, scoperto a tutti i venti, perchè le eminenze gli restano lontane, ed appena il monte di s. Lussurgiu lo ripara dall’ostro-sirocco, il monte Taratta, o gruppo del Marrarjo dal maestro-tramontana.

Nell’estate per la sua vicinanza al mare i calori sono temperati da’ venti marini; nell’inverno poco si patisce del freddo se non soffi il maestro o la tramontana.

Le pioggie sono frequenti nell’autunno, inverno e nel primo mese della primavera; nell’estate scoppiano non di rado terribili temporali, ma più spaventano i tuoni fortissimi, che nuoccia il danno. La neve non può durar molto, e la nebbia che qualche volta ingombra il paese, mentre invadon la terra li bassi nugoli marini, non causa nessun lamento.

L’umidità che talvolta sentesi viene dalla evaporazione del mare; mentre il suolo, su cui stanno le abitazioni, è totalmente secco, e sono piccole e poche le concavità del suolo, dove può raccogliersi l’acqua delle pioggie.

L’aria è perfettamente pura di miasmi, e se uno badi a difendersi dalla intemperie atmosferica, voglio dire dalle frequenti e repentine variazioni di temperatura, può vivervi sanissimo, come ne’ luoghi più salubri.

Nella posizione, in cui è il paese, godesi di un bellissimo orizzonte. Da una parte il littorale del gran seno aperto tra Capo Marargio e Capo Manno e quello del golfo d’Oristano con l’immensa estensione del mare, dove vedonsi frequentissime passar le navi, e l’isole di Maldiventre, dove sarà posto un faro; dall’altra la bella prospettiva delle regioni montuose della provincia, e delle più lontane montagne di Guspini e di Capocaccia.

Il territorio di Tres-nuraghes non è di gran superficie, perchè verso settentrione ha prossimo Magumàdas per l’intervallo di circa 1100 metri, verso greco levante Sàgama a circa 5 chilometri, verso ostro-sirocco Senneriolo alla stessa distanza; sì che la parte principale delle sue terre è alla sponda del mare distendendosi verso ostro-libeccio sino alla punta detta di Foghe, perchè sotto vi è la foce del così detto Riumannu.

Del littorale compreso ne’ suoi termini, cioè dal porticello denominato dal paese sino alla punta di Foghe si è già parlato nell’articolo Sardegna, dove si descrissero tutti li particolari della circonferenza dell’isola.

Osservo però qui che cotesto porticello è un seno, formato da due promontori, capace di piccoli battelli ed esposto al maestrale. Nella sua maggior larghezza può avere da 700 metri, circa la metà nell’imboccatura, e circa 500 di entratura, dove si ricoverano spesso le barche pescareccie e le coralliere, che lavorano ne’ prossimi paraggi, e che in qualche anno furono numerate più di ducento.

Vi è poi notevole il promontorio detto di Columbargia, il quale ha due seni ma assai piccoli da una ed altra parte, dove pure frequentano le sunnotate barche.

La lunghezza delle sponde, nelle quali questo comune ha i suoi confini occidentali è di chilometri 9.

Il pianoro nella parte che è compreso nella circoscrizione di Tres-nuraghes ha tre sfossamenti, che formano tre valli; la prima quella che apresi a poca distanza al meriggio dell’abitato e poi continua verso ostro-libeccio sino a Foghe; la seconda che vi discende nella direzione di greco-libeccio cominciando da Sagama; la terza che parimente comunica con quella a poca distanza dalla prima e procede nella direzione dal greco-levante al ponente-libeccio.

La prima è lunga dieci chilometri, la seconda sette circa, la terza poco più di dieci.

Una quarta valle discendente dall’alte pendici boreali del monte di s. Lussurgiu, presso s. Leonardo, per chilometri 8 a maestro-tramontana, fa gomito presso Scano volgendosi da greco a libeccio per chilometri sette nel territorio di Senneriolo. Si congiunge allora con la valle di Cuglieri, che comincia dalle alte pendici dello stesso monte di s. Lussurgiu, nella parte che dicono monte Urticu, e scende per chilometri sette sino a trovar la predetta, la quale procedendo verso ponente passa sotto il colle di

s. Vittoria e si congiunge con la prima delle valli sopraenunciate, quella cioè di Tres-nuraghes, a poca distanza dall’antica fabbrica ora rovinante della cartiera.

La roccia calcarea è largamente sparsa, e se ne cuoce molta per calcina.

Pare che anticamente si scavasse una miniera di ferro, nel luogo detto Sa ferrera, dove sono alcuni avanzi dello stabilimento, che i paesani dicono Sa domo dessu ferru.

Noterò poi che in tutta la superficie indicata non si osservano che tre soli punti, dove il suolo si leva sul circostante livello e forma tre collinette, una a ponente-maestro a chilometri 2 1/2, la seconda e la terza a chilometri 5 1/2 o 6; la prima detta di s. Vittoria a sinistra della valle principale, l’altra detta di s. Marco, a destra, divise tra loro per un burrone.

Sono in questo territorio molte fonti, ma nessuna notevole per copia di acque, come si potea supporre. Le più vicine sono ad utilità della popolazione.

Le correnti o rivi che scorrono in questo territorio, o toccano i suoi limiti, sono il Molineddu, che propriamente è torrente di stagioni piovose, prossimo all’abitato, ed ha un piccol ponte fabbricatovi a spese della popolazione.

Nella seconda delle valli notate scorrono le acque provenienti da Sagama.

Nella terza è il fiume, che viene dalle notissime fonti della chiesa silvestre di s. Antioco, le cui acque mettono in moto molti molini di Scano, servono per le gualchiere a quei di Flussio, quindi a’ molini di Tres-nuraghes.

Nella quarta v’è il fiume di Scano accresciuto dalle acque di Cuglieri, proveniente per uno ed altro ramo dalle fonti superiori del monte di s. Lussurgiu.

Riunite queste acque presso l’antica cartiera possono impedire per molti giorni il passaggio; quindi sboccano in mare nel luogo detto Foghe, che vale foce, dove frequentano e si ricoverano le gondole coralline napoletane, ed algheresi, ed anche i battelli che attendono alla pesca delle acciughe, sardelle ed altre specie.

In alcune regioni così alla marina, come nelle valli, fanno selva gli alberi di alto fusto, i più ghiandiferi delle specie più comuni. Ma bisogna dire che vi è gran negligenza a ristaurare i danni che furono fatti dagli incendi e dalla scure dei pastori; il che sarebbe una grande utilità al comune nell’avvenire. Non sarebbe poi grande spesa chiuder in modo che non passasse il bestiame un tratto di terreno, porvi i semi o i piantini di quercia, soveri, elci, e mantener quella chiusura e curar la vegetazione de’ medesimi finchè si possano abbandonare alla natura.

Il selvaggiume non è raro ed il cacciatore può incontrare spesso cinghiali e daini, che i sardi dicono erroneamente caprioli.

Nelle specie minori si possono notare le volpi, lepri e martore e molti gatti selvatici.

L’uccellame è copioso e di moltissime specie, e indicherò delle specie principali di caccia le pernici, le tortori, i colombi che hanno nido nelle fessure della costa ed altri oltre le specie piccole che abbiam notato nelle altre parti dell’isola.

Non mancano diverse specie acquatiche e marine.

Popolazione. Nel censimento officiale del 1846 si notarono in Tres-nuraghes anime 1504, distribuite in case 353, ed in famiglie 363. In una nota del 1829 la popolazione si notò di capi 1664.

Questo totale di anime distinguevasi secondo le diverse età nel modo seguente: sotto gli anni 5 mas. 108, fem. 116; sotto i 10 mas. 89, fem. 89; sotto i 20 mas. 145, fem. 144; sotto i 30 mas. 86, fem. 103; sotto i 40 mas. 114, fem. 114; sotto i 50 mas. 92, fem. 84; sotto i 60 mas. 65, fem. 66; sotto i 70 mas. 32, fem. 39; sotto gli 80 mas. 6, fem. 12.

Quindi in rispetto delle condizioni domestiche si distinguevano i maschi e le femmine in quest’altro modo: maschi 737, de’ quali 428 scapoli, 283 ammogliati e 26 vedovi; femmine 767, delle quali 408 zitelle, 284 maritate e 73 vedove.

Il movimento della popolazione si rappresenta in queste medie: nascite 50, morti 30, matrimoni 14.

Le malattie che dominano in questo sito sono malattie di petto ed infiammazioni. Anticamente il dolor laterale era più raro perchè si adoprava quasi generalmente la veste sarda antichissima, il cojetto, il quale difendeva la persona contro le troppo preste variazioni della temperatura dal caldo al freddo. Poi si volle lasciar il costume nazionale per altre mode, e vennero frequentissime le malattie, che impediscono l’incremento della popolazione, come vedesi dal troppo scarso numero di vecchi. Alcuni imbecilli fecero intendere che era un genere barbaro di vestimento, e che doveva comparir uom selvaggio chi vestivasi di pelli. Ma il vero si è che quella era una moda ammirata da chi ha senno non solo per le belle forme e per la ricchezza che può avere, ma anche perchè perfettamente adempieva al suo fine di difendere la persona dall’intemperie. La civiltà non consiste ne’ calzoni lunghi e stretti e nelle altre forme straniere di vesti: ma nella coltura dello spirito, nella gentilezza del costume, e nella pratica delle utili industrie che fanno comoda e bella la vita.

La professione quasi generale è l’agricoltura; pochi attendono a’ diversi mestieri, dei quali è necessità in una popolazione.

Delle donne un certo numero attende alla tessitura delle tele, e del panno forese, ma sempre con quella antica macchina di telajo, nel quale si lavora men della metà che si farebbe co’ telai di forma migliore. In questo particolare si sarebbe dovuto lasciare l’antico per adottare il nuovo, eppure si persiste tenacemente nell’antico.

L’istruzione elementare finora non diede gran frutto; ma pare certo che le cose debbano migliorare ora che il governo si applica per fare che i fanciulli abbiano la conveniente istruzione, e che parimente l’abbiano le fanciulle. Egli è necessario che il municipio in-vigili perchè nessuno resti privo della istruzione, ed i preti potranno molto contribuire persuadendo i padri e le madri di famiglia che mandino sempre i loro figli alla scuola. La ignoranza totale delle lettere è la prova che un popolo non è ancora escito dalla barbarie. Se ci fosse zelo patrio qualcuno potrebbesi prender l’assunto di fare scuola agli adulti. Non andrà molto che sieno sospesi i diritti politici agli illetterati, chè veramente non si possono esercitare.

In riguardo alle consuetudini, queste non sono diverse da quelle che abbiam notato negli altri paesi della provincia, come p. e. nella descrizione di Cuglieri ed Escano.

Sarebbe cosa che favorirebbe lo sviluppo dell’agricoltura e della popolazione se un certo numero di famiglie si stabilisse e formasse borgata a quattro chilometri dal paese, incontro alla valle, per cui scendono le acque di s. Antioco, ed alcune altre andassero a stare sopra il porticciuolo che è nominato dal paese.

Si intende facilmente che le terre lontane dal paese sarebbero meglio culte e producendo di più somministrerebbero sussistenza ad un maggior popolo ed al suo ben essere.

Agricoltura. Sono nella circoscrizione di Tres-nuraghes molte parti, dove si può fare e si fa con molto frutto la coltivazione de’ cereali; ma le più parti sono piuttosto idonee alla coltura degli alberi fruttiferi. Non mancano poi nelle valli ottimi siti per le specie ortensi.

Da una nota officiale, ma certamente niente esatta, rilevo che intorno al 1836 si seminarono nei territori di Tres-nuraghes starelli 1500 di grano, 60 d’orzo, 80 di fave. I veri numeri, per quello ch’io so, sono superiori, massimamente quelli dell’orzo e delle fave, e dirò starelli di grano 1600, d’orzo 200, di fave altrettanti.

La fruttificazione ordinaria o media è del 10 per uno.

Non credo che ora la seminagione siasi estesa ad altre specie, al lino, ai legumi, perchè nessuno vuol escire dall’antico uso, e si fa sempre quello che si è fatto, nè molto lusinga la speranza del profitto.

L’orticoltura è così ristretta, che non è degna di essere notata, ed appena alcune famiglie la praticano in quanto basti al loro bisogno.

L’arboricoltura è meno negletta, ma non molto estesa nel numero dei ceppi, sebbene siano molte le specie, e diano ottimi frutti nell’estate e nell’autunno.

Forse però non si trova un solo individuo della specie dei gelsi, i quali peraltro potrebbero essere piantati in gran numero per preparare alla coltura dei bachi da seta, dai quali certamente si trarrebbe maggior lucro che si trae dalle vigne, e con poco dispendio e con più gentile e fruttifera occupazione per le donne, le quali potrebbero guadagnare in 50 giorni ciò che adesso lavorando non guadagnano in tre anni.

L’altra specie, la cui coltura dovrebbe essere ampliata, sono gli olivi, i quali ben compensano le cure che si impiegano, come sanno i bosinchi, i cuglieritani ed i sassaresi. Noterò non più che dieci piccoli oliveti.

Vigneto. La viticoltura è la parte principale del-l’agraria che i tresnuraghesi sanno esercitare, ed è giusto di dire che esercitano bene, come provasi dalla bontà de’ prodotti, senza però negare che questi, che sono eccellentissimi, riescirebbero ancora di maggior bontà, se si adoperasse un po’ più di diligenza.

È grandissima la superficie occupata dalle viti, ed è copiosa la vendemmia de’ vini comuni, e degli scelti, o fini. Tra questi la malvasia ha i primi onori, ed il suo pregio è tanto, che quasi non v’ha altro vigneto nell’isola che dia un prodotto di pari bontà. Un poco annosa la malvasia di Tresnuraghes, e dirò più largamente della Planargia, primeggia su tutti i vini più celebri per semplicità d’arte, per soavità di gusto, per salubrità. Ed in quest’ultimo rispetto si può dire che essa è un liquore medicinale, e grandemente vantaggioso a stomachi deboli ed a facoltà digestive poco attive.

Si lamentavano in addietro i tresnuraghesi che non poteano aver guadagno da questi vini; ma presentemente che un piroscafo costeggia spesso il littorale di ponente per favorire il commercio possono averne assai pro, come lo hanno i viticoltori dell’Ogliastra, di Cagliari, di Oristano ecc.

Le varietà più comuni delle uve sono le così dette Albaranzella, Retagliadu, Trobadu, Albangeniadu, Tidocco, Panzali-nieddu, Malvasia, Nieddu mannu, Muristellu, Muscatellu, Barriadorja, Girò sardu, Girò de Spagna, Erbighina o Berbeghina, Nieddu-argiu ec. ec.

In media si ottiene dalla vendemmia seicento cariche di vino, nelle quali vi comprendono circa 60 cariche di malvasia.

Cuocesi un po’ di mosto per la provvista della sapa, di cui si fa frequente uso.

Il vino che perdesi si vende per i lambicchi di s. Lussurgiu, onde si compra l’acquavite, che molti agricoltori sono soliti, di bevere nel mattino, massime ne’ tempi freddi per riscaldare, essi dicono, lo stomaco, che sarebbe meglio riscaldato con la malvasia, più innocente dell’acquavite.

Tanche. Sono in questo territorio circa 24 chiudende tra grandi (tancas) e piccole (cunjadus), le quali hanno un’area complessiva di circa 450 giornate, e alternatamente servono per la cultura de’ cereali e per la pastura del bestiame.

Pastorizia. Questa industria è poco considerevole, sebbene i pascoli non sieno scarsi, essendo nel tempo stesso ottimi.

La specie vaccina non ha più di 400 vacche rudi comprese le mannalite. I buoi per il servigio dell’agricoltura e del carreggio non oltrepassano i capi 260.

I diversi branchi di pecore possono dare in totale capi 2000, e quelli delle capre capi 900. Le altre specie mancano.

Essendosi ristretta dalle leggi la libertà che i pastori godeano di andare dove loro piacesse, si può sperare che finalmente provvedano i proprietarii alla sussistenza del bestiame, di cui voglia aver servigio o frutto, e si raccolga il fieno e si formino prati per averne in copia ne’ bisogni che possono occorrere.

Se ottengasi questo intento, i pastori saranno contenti e dalla riforma delle pessime consuetudini del pascolo libero ne’ terreni di maggese, dove non si poteva avere quella vera proprietà, che sola persuade al miglioramento de’ fondi, perchè sarà men precaria l’esistenza delle greggie e degli armenti, sarà men frequente la mortalità delle bestie, e più copioso il loro frutto.

I formaggi sono di qualche bontà per la qualità del pascolo, e sarebbero di maggior pregio se si studiasse meglio nel manipolare il latte.

Del bestiame di servigio abbiamo indicato i soli tori, or diremo de’ cavalli e delle cavalle per sella e basto, che non oltrepassano la settantina di capi. Si ha quindi un certo numero di asini e per la macina e per i trasporti di piccole some.

L’apicultura è quasi negletta, sebbene vi sieno siti comodissimi alla medesima. Ecco una nuova prova che non si ha intelligenza del proprio interesse.

Commercio. Quello che soverchia alla consumazione interna de’ prodotti agrari e pastorali si vende a’ negozianti di Bosa. La somma totale delle vendite, sebbene non la possiam definire, può stimarsi non molto considerevole.

Religione. Comprendesi Tres-nuraghes nella diocesi di Bosa, e la parrocchia è servita da cinque sacerdoti, uno de’ quali avea titolo di vicario, essendo i suoi frutti decimali applicati al seminario. Dopo la legge su gli assegni supplettivi il paroco lascierà il titolo di vicario.

La chiesa maggiore di costruzione antica sorge in mezzo all’abitato col suo campanile, ed ha titolare s. Georgio. Non si sa di nessun monumento in essa conservato.

Le chiese minori erette dentro il paese sono le seguenti: s. Lorenzo, oratorio non molto antico che stabiliva un sacerdote, di nome Basilio, il quale la dotava istituendovi una cappellania con messa quotidiana; s. Croce, fabbrica antica, ma restaurata, dove ufficia una confraternita dello stesso nome.

Fuori del paese alla distanza di 5 minuti è la chiesa di s. Maria di Loreto, che volgarmente si cognomina di Idili, già dissacrata nel tempo in cui d’ordine de’ vescovi fu tolta la santità a molte chiese campestri per i frequenti sacrilegi che vi si commettevano, quindi in parte caduta, poi ristaurata dal sacerdote Antonio; a distanza di circa due ore a piedi è la chiesa di s. Marco sopra la collina, che fu indicata con tal nome e domina la rovinosa fabbrica della carta.

La festa principale di Tres-nuraghes è per s. Ciriaco addì 8 agosto, ed è festa popolare, alle quale concorrono molti dalle vicine terre, e sono ospiziati dai loro amici. Si celebra una piccola fiera, e si corre il pallio da cavalli comuni, essendo i premii assai meschini.

L’altra festa popolare è per s. Marco a’ 25 d’aprile, con concorso di molti forestieri.

Nella vigilia la confraternita di s. Croce con gran seguito di popolo vi trasporta il simulacro del santo, e quindi in pari modo lo riporta e restituisce nella parrocchia al suo luogo.

Si ripete questa divozione nella prima domenica di settembre.

Non possiam dire se siavi stata mutazione dopo il tempo in cui abbiam radunato tutti i particolari statistici. Allora i cadaveri si seppellivano nel cimitero che era attiguo alla parrocchia, e per conseguenza nel centro dell’abitato. L’ordine per lo stabilimento di campi-santi era stato sin dal 1816; eran passati 20 anni, e non si era ancora fatto ciò che erasi sapientemente comandato di fare per rispetto della pubblica sanità.

Tante volte da quei cimiteri esalava un fetore nauseante, che non si potea sopportare, e non pertanto non si volea fare ciò che doveasi fare. Si accusava il popolo che resistesse, ma erano altri che non volevano, e le autorità non curavano che non mancasse l’effetto delle leggi.

Aggiungeremo la memoria di altre chiese che furono in questo territorio, le quali furon abbandonate per decreto di monsignor Concas vescovo di Bosa, per l’accennata ragione, altrove meglio spiegata.

Sulla collina che abbiamo indicato col nome di s. Vittoria nella regione Tingas, era una cappella dedicata alla martire di questo nome, in commemorazione di aver lì sotto, nel passaggio, sconfitto i barbari che aveano tentata un’invasione. L’epoca resta ignota, ma non è men lontana di tre secoli. A piccol tratto dal paese era una cappella dedicata a s. Maria, denominata dess’adde (della Valle), di cui non è gran tempo restavano ancora le mura; un po’ più distante quella di s. Lucia, dove il sunnominato vescovo fece cessare i divini ufficii.

Prima assai però di quest’epoca erano cadute le chiese di s. Nicolò e di s. Georgio martire. La seconda era stata eretta in memoria di un successo contro i barbareschi, e pare prima ancora del 1400. La prima era più antica e serviva di parrocchia al popolo che vi era stabilito, il quale finalmente, perchè troppo spesso infestato dagl’infedeli nella troppa vicinanza al mare, abbandonò quel posto, ritirandosi alcuni in Tres-nuraghes, altri in Magumadas. Or che è cessato quel pericolo potrebbesi ristaurarvi la popolazione.

Antichità. Nuraghi. A più de’ tre che abbiamo indicato prossimi al paese, da’ quali esso prese il nome, se ne vedono alla parte di levante altri cinque disposti in una linea, e rassomiglia a una rovina di muraglie fortificate da frequenti torri. I primi due sono dentro la circoscrizione di Flussio, uno nominato…? l’altro Murciu; il terzo di s. Barbara, da una antica chiesetta dedicata a questa martire, il quale è nel territorio di Magumadas, presso il quale alla parte di ponente scorre il già accennato rivo di Molineddu, così detto da un piccol molino, distrutto non sono molti anni, che lavorava d’inverno; il quarto appellato di Andula; il quinto che dicono de Bingia d’ùlumu.

Il nuraghe di s. Barbara aveva intorno altre costruzioni, delle quali sussistono ancora molte parti.

Come di questo, così degli altri restano cospicui avanzi, sì che apparisce da lungi sulle sparse rovine la loro forma conica.

Noterò poi un altro nuraghe detto di Benas, più alto dei già notati, presso il rio Molineddu, il quale ha prossima una piccola fonte, o vena d’acqua, ond’è nominato.

Dove è la confluenza del fiume Lobos (quello di s. Antioco), nella prima delle già indicate valli, ma in territorio di Sinnariolo è il nuraghe detto di Palarja, distrutto solo da una parte, elevato dall’altra di circa metri 4.

Dopo la notata confluenza sorge il nuraghe Nani, che elevasi a poco meno di dieci metri, con ingresso comodo alla camera terrena, la quale è tanto vasta, che vi si raccolsero talvolta più centinaja di animali da’ porcari. È pure praticabile la scala per andar su, ed alla sommità si può godere un bellissimo orizzonte.

Caverne. Nella collina di s. Marco vi sono molte di quelle caverne, che i sardi appellano Forrighesos, o Furrichesos, formate in forma di cassa, alte così che l’uomo di statura ordinaria può solo star sulle ginocchia, e comunicanti con simili vacui più intimi, ed in tutto simili a quello che abbiam descritto in varii luoghi e segnatamente nell’articolo Cuglieri. I paesani imaginano che dette camerette si avanzino molto in dentro e formino un labirinto, e dicono così senza avere oltrepassato la seconda, come asserivano i cuglieritani delle simili che sono aperte nella spelonca di Nonna, essi pure senza aver veduto che la seconda; e stentano a credere che queste sieno antichissimi sepolcri, ed abbiano le ceneri d’uomini morti da più di 4000 anni, e che sono tante perchè ogni famiglia aveva il suo sepolcro particolare.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Tresnuraghes
17 Gennaio: Sant'Antonio abate
23 Aprile: San Giorgio
25 Aprile e 1° domenica di Settembre: San Marco
8 Agosto: San Ciriaco
26 Agosto: Sant'Antonio da Padova